Come ci si sente a soffrire di attacchi di panico e depressione

Il suono della sveglia riempie la stanza. Pastiglie. Pastiglie. È meglio scendere e prendere le pastiglie. Sposti le coperte. Il freddo pizzica la pelle nuda. Ti guardi allo specchio. Il tuo viso non ti sta più bene addosso. Lo bagni. L’acqua non riempie le guance scavate. Davanti a te, due occhi neri si perdono nel vuoto.

Trascini le gambe giù per le scale. Le urla della battaglia fendono l’aria. Lo strofinio del metallo delle spade imperversa violento, rimbalza dentro la tua testa, graffia i pensieri. Non sopporti più il peso dell’atmosfera. Il cielo sta per schiacciarti. Ogni cellula del tuo corpo si contorce dolorosamente. La gente ansima, spira, piange. Senti il sangue bruciare la mano, scivolare lungo ogni tua curva. “È arrivata” pensi. È il suo bacio la carezza gelida che corre sulla pelle.

Un sussurrio bussa alla porta del sonno. Accogli lentamente la realtà. Di fianco a te, con gli occhi intrisi di sofferenza, c’è una bambina. Stringe il cuscino, come quando era piccola. E ti guarda. Ti guarda con la stessa paura che hai tu di te stessa. Non dice nulla. Anche tu la guardi. Sai benissimo che prima o poi dovrai ammettere la verità. Sei spietata, eppure silenziosa.

La guerra è indispensabile.

Tu ne stai combattendo una. Ogni secondo, ogni minuto, ogni ora. Il dolore ha conquistato la tua anima. Impossessatosi di ogni tuo gesto, ti ha reso sua schiava.

Lo stridio della sveglia irrompe nella stanza. Pastiglie. Pastiglie. Devi svegliarti e ingoiare le pastiglie. Strappi le lenzuola dal corpo, ti fanno soffocare. Il freddo sgretola la pelle, che si agita come un mare in burrasca. Ti osservi allo specchio. I lineamenti non sono più i tuoi. Sciacqui la punta delle dita. Fai scorrere l’acqua fino ai palmi. Fino ai polsi, che bruciano. Davanti a te, gli occhi neri dello specchio non parlano più.

Scendi al piano inferiore. La bambina è seduta sul divano, si sforza di sorriderti. Dalla finestra aperta entra qualche fiocco di neve. Lei ha un livido sulla guancia, nascosto dai capelli castani. Sul tavolo c’è solo la scatola delle medicine. Ti guarda vendere il tuo corpo alla chimica. Ma forse non capisce. Forse è meglio che non capisca mai.

La televisione è il modo più efficace per ignorare il tempo che passa. Lasci che ti trasformino nel burattino di cui hanno bisogno. Ascolti ciecamente le profezie di cui ti imbevono. E ti obblighi ad obbedire allo schema nel quale sei intrappolata.

C’è il telegiornale. Iniziano a susseguirsi spezzoni di video di uomini in giacca e cravatta, bambini tra le bombe, volti di celebrità, ghiacciai sciolti. La sofferenza è diventata fonte di intrattenimento. Perché tu godi, godi incredibilmente, a vedere che qualcuno sta peggio di te. Ti compiaci di essere fortunata. Appaghi il tuo ego bramoso, eliminando i sensi di colpa. Non cerchi di cambiare le cose.

La guerra è indispensabile.

Non c’è conflitto che non abbia sete di sangue. Una parte intrinseca nella natura umana è attratta dalla morte. Tu sei così manipolata da sperare di poter uscire dalla strategia senza far rumore. Senza far scalpore. Hai raggiunto la consapevolezza di vivere una vita che non ti apparterrà mai. Ignori di essere stata arruolata sin dalla nascita. Non ti rendi conto di essere stata addestrata per diventare una macchina, insensibile e apatica. Un’arma subordinata agli ordini del mondo. Una marionetta in balia del potere altrui.

Quando riapri gli occhi, sta ancora nevicando. Probabilmente sei seduta su quel divano da ore. Magari giorni. Potresti non alzarti mai più. La bambina si è arresa. Resta seduta a fissarti senza azzardare alcuna parola. Vorresti avvicinarti. Rassicurarla. Dirle che un giorno tornerà. Ma non puoi. Hai scritto la sua fine tempo fa. È il destino. È lo schema.

In pochi si accorgono della ragazza sul ciglio del cavalcavia, con il futuro in mano. In pochi si accorgono del viso graffiato dalle lacrime. Il mondo corre e non ha tempo.

Ti avvicini alla rete. Solo la bambina, appoggiata alla colonna della stazione sottostante, si gira. Fa un cenno per avvertirti. Tu però, a quelle intimidazioni hai deciso di non crederci più. Lei è solo il frutto del posto vacante che hai lasciato distruggendo il tuo ruolo sociale. Ti arrampichi, con le mani incerte. Il mondo di notte è tutto più bello. Anche se hai smesso di riconoscere il bello quando questo non si è rivelato che un’utopia. Scavalchi con una gamba il ferro arrugginito. Poi con l’altra. Ti siedi sul bordo e lasci che il tuo corpo danzi nel vuoto. Alzi lo sguardo verso la luna. Ti sembra di sfiorarla con un dito. Non senti i battiti del tuo cuore affievolirsi. È tutto molto più veloce.

La guerra è indispensabile.

Ma tu, hai perso.

 

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Taci

Stamattina ho acceso la televisione. Ero più distratta del solito, per cui mi sono persa qualche prima pagina dei quotidiani più noti. È bastata una frase per catturare la mia attenzione. Più che una frase, azzarderei addirittura un solo termine: femminicidio.

Strano vero? Strano che una parola utilizzata troppo spesso ultimamente abbia un tale spessore per me. Sono sicura che siete talmente abituati a sentirla, a leggerla, a masticarla superficialmente ogni giorno che vi sembri quasi normale.

Vi siete mai chiesti cosa stia veramente a rappresentare? Non parlo della classica definizione da dizionario. No. Sto parlando della valenza odierna di questo concetto.

Probabilmente non sono stata sufficientemente concreta. Ci riprovo. Siamo nel 2017. Dicembre 2017. Ogni cinque minuti, nel mondo muore una donna innocente. Cinque minuti. Provate a pensare a che significato abbiano cinque minuti per voi. A malapena il tempo di bere un caffè. Bene. Estendete questo pensiero e pensate a quanto valgano cinque minuti nel mondo. La risposta è semplice: una vita umana.

So a cosa stai pensando, caro lettore. Stai puntando il dito verso l’Oriente, verso l’islam. Perché è quello che fanno tutti, oggigiorno. Stai pensando erroneamente che le donne siano maltrattate solo ed esclusivamente lì. Stai puntando il dito contro una realtà che tutto sommato è molto lontana dalla tua.

Ecco. Qui ti sbagli. Secondo i dati ISTAT di giugno 2015 (quindi ben due anni fa), 6 milioni e 788 mila donne hanno subito nel corso della propria vita una violenza. Ripeto: 6 milioni e 788 mila. Sono numeri alla portata di tutti. È bastata una semplicissima ricerca su Google per trovarli.

Stamattina, quando hanno parlato di femminicidio, ho pensato che non sia poi così difficile essere tra quei 7 milioni scarsi di donne. E tutto ciò non finirà mai di peggiorare, finché non abbiamo la forza di svegliarci fuori e non iniziamo ad insegnare ai nostri figli che una cosa sbagliata non diventa giusta solo perché la fanno tutti.

È questa la “normalità” di dicembre 2017.

Primo articolo del blog

Quando ero piccola pensavo che le favole fossero una diretta e fedele rappresentazione del più profondo desiderio di utopia. Non ho mai letto Biancaneve, ho sempre pensato che le vere mele avvelenate fossero mascherate sottoforma di convenzioni. Sono cresciuta, e il mio pensiero è rimasto lo stesso. Non penso di essere anticonformista, perché il mero fatto di contrapporsi ad una tendenza conduce inevitabilmente ad identificarcisi nel suo opposto, quindi in un’altra tendenza. Penso di essere il Giordano Bruno del ventunesimo secolo.